Shutter Island (Martin Scorsese, 2010)

leo e mark
Cravatte d’alta moda

Ieri non ho fatto praticamente nulla a parte tossire e starnutire e tentare disperatamente di respirare, quindi nel pomeriggio ho deciso di seguire il consiglio di un amico e vedermi Shutter Island: film del 2010 per la regia di Martin Scorsese, con un mostruoso Leo Di Caprio accompagnato da Mark Ruffalo.

1954, i due agenti federali Daniels ed Aule giungono a Shutter Island, isola in mezzo all’oceano dove qualcuno ha ben pensato di collocare un ospedale per criminali malati di mente: sono lì per indagare sulla scomparsa di Rachel Solando, una paziente che recentemente è riuscita a fuggire. Subito si intuisce che uno spettro misterioso aleggia sulla struttura: i pazienti ed il personale sembrano stati educati a dire solo poche frasi preconfezionate riguardo alla donna, mentre i pezzi grossi pare tentino di ostacolare in ogni modo possibile le indagini. L’agente Daniels, veterano della Seconda Guerra Mondiale, è tormentato in sogno dalla moglie defunta e, con il procedere del film, le sue allucinazioni aumentano, e lui è sempre più ossessionato dalla ricerca di Andrew Laeddis, il piromane che avrebbe incidentalmente appiccato l’incendio in cui è morta sua moglie.
A questo punto tutto comincia a ribaltarsi: Daniels crede di essere intrappolato con il compagno in una sorta di grande cospirazione che ha come scopo quello di trattenerli sull’isola, dove si terrebbero anche esperimenti sul cervello dei pazienti per creare dei fantasmi che sarebbero disposti a fare quello che un essere umano non farebbe mai. Precipitiamo insieme ai due in questa spirale di follia e violenza fino a che, stupiti, non veniamo a scoprire che in realtà si è trattato di una finzione, un gioco di ruolo che ha lo scopo di far capire a Daniels che lui è Andrew Laeddis, che ha sparato alla moglie dopo che lei aveva annegato i loro figli e che si sta nascondendo dietro questa illusione per non convivere con il suo passato da omicida. E così l’agente Aule si trasforma nel dottor Sheehan ed il direttore della struttura rivela che solo la riuscita di questa operazione salverà Daniels/Laeddis dalla lobotomia.
Tutto è bene quel che finisce bene? Assolutamente no!
Sul finale il protagonista si dimostra ancora convinto di essere un agente federale tratto in inganno insieme al suo compagno e si dirige dunque verso il suo destino. Ultima inquadratura: il faro dell’isola, sede degli esperimenti sui pazienti secondo Daniels.

Il film è angosciante ed onirico quanto basta affinché lo spettatore si immedesimi nella spirale discendente che porta il protagonista ad un’apparente follia: alla colonna sonora incalzante si uniscono gli ambienti cupi e trasandati dell’ospedale, in contrasto con le stanze lussuose del direttore. Importante è anche il tempo atmosferico: la neve che copre i corpi nel campo di Dachau, l’uragano che tutto distrugge, poi di nuovo il sole e la calma solo apparente.
L’unica nota stonata è costituita dalla presenza ricorrente della moglie morta nei sogni di Daniels, che già alla seconda apparizione mi ha fatto venir voglia di prendere il computer e scaraventarlo a terra. Mi sarei volentieri risparmiata tutti quei sogni in favore di una maggiore presenza di ricordi sulla guerra o, meglio ancora, delle allegre chiacchierate con il folle George Noyce.
Il punto forte del film sono invece i continui ribaltamenti che avvengono dalla metà in poi, che ti tengono incollato allo schermo anche solo per non perderti nulla: sarà davvero una cospirazione? Oppure è tutto nella sua testa?

Il faro appena prima dei titoli di cosa: destabilizzante.

La scena finale, secondo me, merita una riflessione a parte.
Meglio vivere come un mostro o morire come un uomo buono?
Questo è il quesito che Daniels/Laeddis pone al suo psichiatra (o al suo compagno?) prima di andarsene placidamente incontro alla lobotomia e che mi ha tolto il sonno (insieme all’inquadratura del faro).
Dice questo perché è davvero convinto di essere Edward Daniels, agente federale intrappolato, e dunque vuole dimostrare, lasciandosi lobotomizzare, di essere un uomo buono, che non teme la morte? Mi sembra da escludere, viste tutte le ombre che si allungano sul suo passato. O forse lui è convinto di essere davvero Daniels e, pur di non trascorrere il resto dei suoi giorni intrappolato nell’ospedale, preferisce perdere se stesso e lasciarsi lobotomizzare in modo da non essere più cosciente di questa gabbia? O forse ancora lui semplicemente sceglie la lobotomia perché, ben consapevole di essere quell’Andrew Laeddis che ha ammazzato la moglie, vuole sfuggire dal suo passato di mostro ora che è riuscito a ricordarselo?
Insomma, lui sta fingendo in quel momento di essere l’agente Daniels con lo scopo di dimenticarsi del mostro oppure ne è fermamente convinto e dunque preferisce perdersi piuttosto che stare in gabbia per sempre?

Voto: ★ ★ ★ ★ ☆

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