Shining (Stephen King, 1977)

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“Faccia falsa, falsa bugiarda!”

Svegliarsi tardi, finire Shining, andare in palestra e scoprire tornando di essere state ammesse al laboratorio di cinema!

È il 1977 quando Stephen King pubblica il suo terzo romanzo, Shining, in cui assistiamo alle vicende della famiglia Torrance: Jack, il padre, ex alcolista, ex insegnante, ex scrittore emergente in cerca di nuova ispirazione; la madre, Wendy, che le prova proprio tutte per non mandare a scatafascio il matrimonio; il pargolo, Danny, bimbo estremamente percettivo e silenzioso, che dall’alto dei suoi cinque anni ha già capito come andranno le cose da pagina 10. Prendete i tre sopracitati, chiudeteli in un albergo misterioso ed isolato dal resto del mondo, agitate con cura ed otterrete uno strabiliante mix di brividi ed introspezione.

Tutti bene o male conoscono la trama del libro: dopo che Jack, in seguito ad uno spiacevole episodio, perde il posto da insegnante, è costretto a lavorare come guardiano invernale all’Overlook Hotel, un albergo arroccato sulle montagne del Colorado che cela una storia di omicidi e malavita. La moglie ed il figlio lo seguono sperando di ritrovare la pace da tempo perduta, ma si ritrovano dopo pochi mesi immersi in un crescendo di follia e violenza: il misterioso libro di ritagli nel sotterraneo, gli incubi di Danny, la donna della 217, l’ascensore, l’ubriachezza e la furia omicida di Jack, il salvataggio e l’esplosione della struttura. Ed anche noi spettatori non possiamo far altro che assistere alla disfatta della famiglia Torrance, impotenti: possiamo agitarci sulla sedia quanto vogliamo, possiamo tentare di rassicurare Danny e noi stessi dicendo che sì, Jack si redimerà, perché dopotutto l’ha già fatto una volta, ma sarà tutto inutile. Non c’è redenzione, c’è solo lo spirito dell’Overlook, spietato, e la consapevolezza che qualcuno dovrà essere sacrificato al suo altare, sia egli un uomo adulto in cerca di ispirazione, una povera donna che spera in una nuova serenità o un bambino spaventato.
Ma alla fine tiriamo un sospiro di sollievo: è il cattivo a lasciarci le penne, ha avuto quello che si meritava dopotutto, mentre i buoni possono stare seduti in riva al lago a pescare, sereni e ben pasciuti.

O forse no?
La serenità non è affatto ristabilita, Wendy è spezzata nella mente e nel corpo mentre Danny ha perso la sua innocenza di bambino, ma soprattutto Jack non c’è più: Jack che ha sempre cercato il bene e la redenzione, che è stato trascinato in un mare di merda è stato costretto a rivivere i peggiori momenti della sua vita ed è stato portato alla pazzia. Alla fine noi siamo tutti un po’ Jack Torrance, con le nostre ombre ed i nostri spettri, ma siamo anche Wendy, che questi fantasmi cerca affannosamente di nascondere e sconfiggere; ed infine siamo Danny, spaventati, incapaci di comprendere fino in fondo quanto male può causare un essere umano.

Avrei preferito questo finale, ma ok.

Quindi alla fine tiriamo sì un sospiro di sollievo, ma solo perché non siamo più costretti a trattenere il fiato angosciati, come abbiamo fatto per le precedenti 429 pagine. Dopotutto, siamo o non siamo di fronte al maestro del brivido? Sfido chiunque a dirmi che non avete trasalito nemmeno una volta, che andando in bagno in piena notte non vi siete guardati intorno alla ricerca di una donna morta pronta a strangolarvi, che non avete guardato le siepi del parco pubblico con occhi diversi. Ogni pagina di questo libro trasuda angoscia, perché noi già sappiamo che qualcosa di brutto sta per succedere, il problema è che non sappiamo quando succederà e questo ci sconvolge, ci fa divorare le pagine in modo compulsivo e ci tiene sul chi vive.

Proprio come se fossimo consapevoli della presenza di un uomo con una mazza da roque, da qualche parte dietro di noi.

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